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La storia della Sagra

Da una indagine storica e da un accurato studio delle tradizioni popolari locali, risulta che l'anguilla ha avuto un posto di primo piano sulle "tavole" dei sinagresi e dei paesi che si affacciano alla vallata ove scorre il fiume Sinagra-Naso. (anticamente chiamato Thimetus da Tolomeo).

Il prelibato pesce veniva pescato, con metodi particolari, nella fiumara che, da secoli, rappresentava per la valle una valida e insostituibile fonte di approvvigionamento alimentare che andava dalla pesca delle anguille all'irrigazione delle campagne. 

L'anguilla del nostro corso d'acqua del genere “testa a punta” ha caratteristiche molto particolari qualità organolettiche eccezionali e di alto valore nutritivo. 

Quella della “Sagra” è una storia densa di piccoli e grandi avvenimenti. 

Nel 1979 alcuni amici (Alberto Mommo, Alberto Raffaele detto Ciccio, Carlo Cardaci, Carmelo Fazio, Leone Oriti, Mimmo Furfari, Nino Fogliani, Salvatore Sinagra, Sauta Antonino, ecc…) si resero conto che nelle manifestazioni estive mancava qualcosa che desse risalto al paese e, in qualche modo rivalutasse un prodotto tipico locale.

L'idea fu di “Ciccio” che nell'osservare la classica “stagghiata” (descritta in seguito) pensò di organizzare una festa in piazza che in seguito divenne sagra, ove degustare piatti a base di anguilla. Le anguille utilizzate per le pietanze sono di un sapore particolare e difficilmente riscontrabile in altre località italiane. La sagra delle Anguille è tornata ad essere dal 2017 un appuntamento fisso nel calendario delle manifestazioni estive.

sagra-anguille-foto-storica

La stagione delle anguille “a stagghiata”

Il sistema per la cattura delle anguille si tramanda a Sinagra di generazione in generazione ed è quello della “stagghiata” che tradotto in italiano significa “fermare l'acqua”. Scelto un tratto di fiume ricco di anguille, si deviava a monte l'acqua fino a fare asciugare il tratto sottostante prescelto per la cattura. I pescatori forniti di una piccola forchetta sollevavano le pietre dove si erano nascoste le anguille e le infilzavano per catturarle. Questo metodo è antico tanto da farlo risalire all'era preistorica e si usa ancora oggi per la cattura delle anguille. Nei giorni precedenti la sagra costituiva un richiamo turistico non indifferente per quanti volevano assistere a un tipo di pesca così tradizionale. Venivano rigorosamente catturate soltanto quelle che superavano i 100 grammi di peso, preservando così la continuità della specie.

La pesca delle Anguille nella letteratura:

Il grande scrittore e drammaturgo di origini sinagresi Beniamino Joppolo descrive così nel libro “La doppia storia”, edito da Mondadori(1968), la pesca delle anguille nella fiumara di Sinagra:

“Quello stesso anno, si fecero anche organizzare la pesca delle anguille in una saia sul fiume.

Era un canale d’acqua morta fangosa coperta di pelurie d’erba, che risiedeva nel fondo.

La pesca incominciò prima dell’alba. Con i pantaloni rimboccati sino ai ginocchi, loro e quattro uomini erano già nell’acqua, a cui si era creata una via d’uscita verso il basso.

Man mano che l’acqua diminuiva , le anguille si sentivano smarrire il respiro e affioravano. Venivano prese o con le dita a tenaglia, alla gola, o infilzate in forchette, tra risate e gridi,mentre le mani alzate e gli ampi gesti annunziavano la vittoria.

Erano anguille medie, piccole, grosse.

Giacomo seguiva l’operazione da un capo all’altro dei pescatori, curvo sino a toccare il terreno, a fior di pelurie d’erba. L’aria umida saliva a pungere le narici con sentore di aghetti di menta selvatica e di nepitella.

Gli occhi delle anguille svenivano nella stretta, perduti nel cielo,estranei ai corpi da cui affioravano come per staccarsene; erano lisce come velluto,si contorcevano, le pance chiare lunghe, i dorsi marrone sbiadito; a vista d’occhio il loro profilo già sottile si acuminava riducendosi a un filo verso la bocca serrata; respiravano a fatica e si contorcevano mostrando i contorcimenti degli intestini; sulla pelle, a battiti di febbre, quando la febbre batte forte sulle tempie. Giacomo sentiva un nodo alla gola.

Ad un tratto il Tato, l’atleta olivastro della comitiva, alzò il braccio con in mano un’anguilla enorme, emettendo dal ventre un grido di vittoria.

Ma l’anguilla era tutta bianca, e ci fu un altro urlo: . Il Tato lanciò la serpe lontano e il ribrezzo passò sulle facce di tutti. Ma poi la pesca si ricompose e fu una ricca pesca.”